Noi ci riuniamo in un’Università dell’Uguaglianza, per contribuire a raccogliere, elaborare e trasmettere gli elementi di un nuovo pensiero politico e culturale fondato sui grandi valori di libertà, di solidarietà e di uguaglianza e in una moderna critica al capitalismo. Le ingiustizie e le disuguaglianze hanno largamente superato ogni livello di guardia, negli anni del liberismo sfrenato, e il vecchio pensiero politico socialista e democratico si è dimostrato finora subalterno o debole. La vita stessa sul pianeta è messa in discussione da scelte sbagliate e irrazionali compiute negli anni passati. I vecchi codici maschilisti e paternalisti non sono stati ancora rimessi in discussione e rappresentano una colossale ingiustizia. In questi mesi di pandemia, il virus ha messo a nudo quanto il diritto alla salute sia minato dal modello di sviluppo prevalente, e quindi la fragilità della condizione umana e le insopportabili contraddizioni del modello globale in cui viviamo. Nelle reti civiche, nei movimenti dei lavoratori e delle lavoratrici, nel femminismo, nell’ambientalismo, nelle università e nei luoghi di ricerca, nel pensiero religioso sociale e in molti frammenti di impegno ci sono questi elementi. che condividono questi valori e che vogliono mettersi in rete. Nasce il bisogno di diffondere nuovi saperi, in forma circolare. Di individuare maestri e maestre che ci aiutino a comprendere questo mondo complesso. Di lavorare attorno a principi che sostengano l’azione umana, a partire da quella politica. Di ragionare attorno ai programmi che si debbono avviare. Di promuovere un confronto tra culture e idee in questo campo dell’uguaglianza.
Per questo diamo vita a questo progetto.

 

L’uguaglianza

La grande ferita che sta spaccando la società italiana – e in misure diverse tutte le società “avanzate”- è quella della disuguaglianza. Non si tratta di una novità. Già a partire dalla seconda parte del XIX° secolo le gravissime disuguaglianze sociali avevano trovato nel movimento operaio e socialista, nel cristianesimo sociale, nel sindacalismo e nel mutualismo le loro voci. Il lungo e contrastato cammino di quelle lotte, passato attraverso due conflitti mondiali, ha condotto più di cinquant’anni fa -correva l’anno 1968- e nel decennio seguente ad una straordinaria conquista di diritti sociali e individuali e a una forte riduzione delle disuguaglianze.
La forma politica della lotta per l’eguaglianza è stata quella della sinistra popolare, socialista, comunista, azionista, democratica.
Nei decenni successivi, tuttavia, il turbocapitalismo e la finanziarizzazione globale dell’economia hanno determinato una drammatica riapertura della forbice. Le diseguaglianze trovano la loro prima radice nell’iniqua distribuzione delle risorse su scala globale. Si forma un proletariato globale che, attraverso l’emigrazione, cerca di cambiare la propria condizione. Le diseguaglianze crescono nella desertificazione dell’ambiente e nell’uso irrazionale delle risorse naturali, con effetti che spingono intere comunità a cercare altrove il proprio futuro. Le diseguaglianze esplodono nei paesi avanzati, con la crisi di vecchi settori produttivi travolti dalla globalizzazione, dalla robotizzazione del lavoro, dalla distruzione di ogni spazio pubblico e di ogni politica sociale. I giovani trovano le porte della mobilità e dell’ascensore sociale sbarrate. L’impoverimento di una parte della società, combinato con i tagli alla sanità pubblica e ai servizi, determinano una nuova diseguaglianza rispetto al diritto alla salute, e riducono, per chi ha di meno, le prospettive di esistenza e la qualità della vita. Le diseguaglianze territoriali trovano in Italia, nella questione meridionale, aggravatasi negli anni della crisi e nel disinteresse dei governi nazionali, una delle più drammatiche e laceranti questioni, su cui intervengono poteri mafiosi e criminali, che limitano diritti e libertà fondamentali.
Ma le diseguaglianze trovano poi nuova linfa nelle barriere e nei confini che gli individui incontrano. Prima di tutto la diseguaglianza di genere, che si esprime nell’impossibilità di lavorare tutte e tutti a parità di retribuzione, anche a causa della fragilissima rete di servizi sociali. E’ arrivato al capolinea un modello di società patriarcale e maschile, e si impone un ripensamento generale. In secondo luogo le diseguaglianze civili, che riguardano l’assenza di uguali diritti per intere fasce di uomini e di donne: relativi al proprio orientamento sessuale, con gravissime lacune che impediscono a tante e a tanti di avere pieni diritti di cittadinanza sociale, e relativi alla propria origine etnica, che vedono negata la cittadinanza a chi nasce nel nostro Paese, e ogni diritto politico a chi lavora e paga le tasse nel nostro Paese. E infine, non certo per importanza, le diseguaglianze culturali, e cioè la linea di faglia che separa chi ha la possibilità di accedere pienamente alla cultura, e chi non ce l’ha, o vi rinuncia. La scuola pubblica rimane l’antidoto rispetto a questa spaccatura, ma fortemente indebolito da tagli e crisi di tradizionali modelli educativi.
La rivoluzione digitale e il venir meno di interi settori produttivi ha anche l’effetto di cambiare il tempo di lavoro, abbattendo i confini tra la sfera lavorativa e quella personale, e offrendo anche nuove opportunità agli individui.
La pandemia ha funzionato da potente acceleratore di questi processi (si pensi per la scuola alla Didattica a Distanza, e nel lavoro allo smart working).
L’aspetto più drammatico della diseguaglianza è oggi, in Italia e in tutto l’Occidente, quello della discriminazione etnica, e della nuova ideologia dell’odio, xenofoba e razzista che contrappone proletari a proletari, lavoratori a lavoratori, popolo a popolo, favorendo così i grandi interessi economici e finanziari. Questo è il crinale di civiltà, rispetto al riproporsi di fenomeni di intolleranza e di violenza che richiamano gli anni 20 del secolo scorso. Se la sinistra non saprà ripartire dall’unità dei lavoratori, dalle loro condizioni materiali e dalla fine di questi conflitti, non avrà alcun futuro.
Per questa ragione intendiamo, senza reticenze, o si, ma anche, prendere in mano la bandiera dell’uguaglianza. Oggi i grandi valori di libertà e di fraternità rischiano di essere travolti dalla rinuncia stessa, da parte della politica, ad una battaglia per l’eguaglianza. Solo rimettendo al centro questi valori si potrà dare senso storico e politico alla prospettiva di un nuovo socialismo.
Gli articoli della prima parte della Costituzione Repubblicana rappresentano una traccia formale e morale per questo impegno, insieme alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (la Carta di Nizza). Nascerà una sinistra nuova, dopo l’evaporazione di quella del ‘900, solo se ci si muoverà in questa direzione. Lo spazio entro cui agire non è quello dei confini nazionali. L’illusione nazionalista a sinistra sarebbe tragica. La storia ce lo insegna. E’ la Costituzione italiana nei suoi fondamenti a disegnare un paese aperto e integrato in Europa e nel mondo. Per questa ragione propugnamo una vera e propria Costituzione Europea. La risposta ai sovranisti e ai nazionalisti non può che essere questa. Rimettere in discussione i meccanismi decisionali che paralizzano l’azione dell’Europa e le lobbies che ne condizionano le decisioni e l’azione, e che hanno ispirato l’ideologia liberista, si può fare solo se i popoli europei vivono una nuova stagione costituente, contro i rischi di nuove guerre economiche e nuovi conflitti interni ed esterni.
Chi condivide valori democratici e sociali deve accettare questa sfida, e far propria la bandiera del federalismo europeo e del Manifesto di Ventotene. Si tratta, come da molte parti si ammette, di correggere la rotta rispetto a un lungo periodo che abbiamo alle spalle.
I nomi di una moderna lotta per l’uguaglianza sono quelli antichi, frettolosamente archiviati fra gli anni 90 e lo scorso decennio, e non sono più solo quelli antichi. Il lavoro, la salute, le politiche pubbliche, l’equità e la parità salariale e retributiva (tra uomini e donne e tra nord e sud del Paese), la questione digitale, la giustizia fiscale, la legalità e l’opposizione al potere delle mafie, il diritto a fare impresa, la cultura, e l’istruzione in primo luogo; le pari opportunità, i diritti civili, i diritti politici dei migranti, l’ambiente, la mobilità dei cittadini: attorno a questi titoli vogliamo lavorare per raccogliere ed elaborare idee, con un programma permanente di formazione.
Rispetto alle esperienze storiche della sinistra nel secolo scorso, il vero cambio di paradigma deve avvenire combinando un nuovo umanesimo col superamento di una visione egoisticamente antropocentrica: una visione delle cose intorno a noi e nel mondo che riconoscano la centralità della donna, dell’uomo, della persona, dell’altro, e poi del vivente non umano e di tutta le forme di vita sul pianeta: per parlare all’esistenza, alle aspirazioni, alla forza, alle sofferenze, alla fragilità dell’individuo moderno. Non c’è discorso di classe, o sociale che non passi attraverso un nuovo discorso sulla libertà e sulla liberazione dell’individuo. Uno dei valori che intendiamo promuovere è quello di una nuova cultura democratica, nel tempo digitale. Dopo la stagione della personalizzazione della politica e della sua chiusura nella ridotta istituzionale, si deve infatti affermare una forte nozione di politica sociale, di cui la rappresentanza nelle istituzioni è solo lo strumento per l’esercizio della democrazia. I valori di fraternità, oggi messi in discussione dalle nuove destre, si possono affermare solo se prendono vigore nuove comunità di donne e di uomini, con pratiche di solidarietà, di mutualismo e di convivenza civile. Le formazioni politiche che pensano sé stesse solo in funzione della propria rappresentanza istituzionale sono destinate a essere residuali e, in fin dei conti, ininfluenti.
Analogamente occorre connettersi e favorire l’apertura sociale e il mutamento del sindacato, dell’associazionismo, del mutualismo, del volontariato, dopo un lungo periodo in cui si è teorizzato il superamento dei corpi intermedi.
Una politica sociale è la strada per contrastare i processi dirigistici, di concentrazione del potere e della politica in poche mani e di esclusione di larga parte delle donne e degli uomini. Per questo l’esperienza che intendiamo avviare si propone di connettere, in una logica di rispetto di ogni esperienza e in modo partitario, associazioni, movimenti, istanze che in grado diverso, a partire dai territori, si riconoscono in una battaglia per l’eguaglianza e contro l’esclusione dalla politica.
Il tempo è poco, l’impresa è difficile, un nuovo orizzonte è possibile.

 

Adottato dall’Assemblea fondativa dell’Università dell’Uguaglianza

27 settembre 2020